Chiamato “Zui baxian quan” (la boxe degli otto immortali ubriachi), è un gruppo di stili delle arti marziali cinesi le quali imitano i movimenti del corpo di una persona ubriaca.
Pretende uno sforzo fisico considerevole, infatti si compone di perdite volontarie di equilibrio, cadute e salti acrobatici, arresti e modifiche continue del ritmo e cambi improvvisi di direzione. Lo stile può essere stato ispirato da un ballo degli ubriachi (Zui wu) conosciuto già dai tempi antichi.
Dal poeta e filosofo Li Bai (701-762), è arrivato il fondamento spirituale e filosofico dello stile di questo combattimento marziale: il concetto dell’ubriaco non come persona in preda ai fumi dell’alcool ma come uomo in estasi profonda perché integrato in maniera perfetta con la natura che lo circonda, impegnato nella costante ricerca della verità e della mitezza, rappresentata dalla luna: così come accade inizialmente a un ubriaco, che sente la propria energia che irrompe dandogli una consapevolezza alta del proprio corpo e della realtà, permettendogli “di essere più vero”, nei movimenti e nel pensiero, libero dai freni del vivere in società.
Vedo appunto in questa filosofia del corpo in estasi e in questo sforzo fisico considerevole, dove l’equilibrio è l’essenza di qualsiasi azione, il fondamento di una ricerca verso un allenamento profondo per il lavoro dell’attore di oggi.
La pratica della boxe dell’ubriaco, richiede flessibilità estrema delle giunture, così come di elasticità, scaltrezza, forza e coordinazione. Tutte cose che devono venire sviluppate durante la pratica e competono anche al mondo dell’attore e del suo training.
La caratteristica principale di questo stile è il imitare l’apparenza dell’ubriaco, usando movimenti e azioni instabili e imprevedibili per confondere l’avversario, mantenendo una mente limpida ma dando nel mentre l’apparenza di un ubriaco innocuo, in modo che il nemico abbassi le proprie difese. Questo testimonia molto semplicemente in maniera metaforica il comportamento dell’attore in scena, il quale deve mantenere il sangue freddo e la consapevolezza mentre interpreta il suo personaggio di fronte al pubblico.

I “guerrieri ubriachi” devono essere subito reattivi, si muovono con passi sconnessi, ma con un corpo elastico che combina la forza e l’elasticità. Devono essere veloci per avere la meglio sui propri avversari, e la tattica principale è quella di fingere di difendersi, mentre cercano di attaccare, puntando in una direzione ma attaccando in un’altra: questo si realizza solamente attraverso il controllo estremo del peso e dell’equilibrio corporeo; dunque lo stesso obiettivo che ha l’attore di un teatro vivo, e altro non è che il sats², teorizzato da Eugenio Barba.
Per concludere, i diversi livelli dell’ubriacatura si testimoniano dalle espressioni del viso e i diversi gradi di movimento: la bevuta modesta creerà movimenti ancora equilibrati con un’apparenza del viso che non si discosta molto dalla normalità, mentre un ubriaco “che non si regge in piedi” avrà predite di equilibrio molto più grandi e un viso che non lascia dubbi. Qui il collegamento con la commedia dell’arte sembra molo chiara perché in quel tipo di teatro sono le diverse maschere che si mettono sul viso, le quali appartengono ai “tipi” stabiliti di personaggi, che limitano e codificano i movimenti che l’attore può fare in scena.
Non bisogna sottovalutare nemmeno il collegamento diretto tra l’uso delle armi nello stile dell’ubriaco, e l’uso degli oggetti teorizzato dal “Teatro povero”. In questo stile di combattimento, qualsiasi oggetto abbiamo tra le mani (bottiglie, bicchieri, una sedia, un bastone ecc.) può essere usato come arma per contrastare il nemico. Anche “il teatro povero si realizza usando l’insieme più ridotto di elementi prefissati per ottenere il massimo risultato attraverso la trasformazione magica degli oggetti; crea mondi completi usando solo le cose che sono sottomano”.³
Le mie ricerche personali stanno confluendo in questa direzione poiché sono molto convinto che le arti marziali, così come lo sport, siano collegate molto strettamente con l’arte teatrale e l’attore, nella sua accezione pre-espressiva.

NOTE:

In video l’atleta francese Jeremy D. Nguyen durante i Campionati mondiali del Wushu tradizionale del 2010.

“Kung Fu” è la parola che si usa più spesso in occidente e a Hong-Kong per identificare le arti marziali cinesi, che in realtà si chiamano Wu-shu. L’espressione “kung fu” vuol dire “esercizio svolto con abilità”, ed è stato scritto non solo per rendere più comprensibile agli occidentali di cosa si tratti, ma anche per sottolineare un lato del training attoriale che è appunto l’abilità dello svolgimento degli esercizi.

² “Le ginocchia appena piegate contengono il sats, l’impulso di un azione che ancora si ignora e che può andare in qualsiasi direzione. saltare, accovacciarsi, fare un passo indietro o di lato, oppure sollevare un peso.” – Eugenio Barba, La canoa di carta, pag. 18

³ Ludwik Flaszen, Grotowski & Co, Edizioni di Pagina

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One thought on “Kung fu. Lo “Stile dell’ubriaco” come ricerca sul training dell’attore.”

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