l teatro oggi, con i suoi giovani registi, attori e performer, si sta comportando come quei designer moderni che tentano di reinventare e riportare in auge oggetti come il cavatappi, oppure la forchetta: ovvero tutti quegli strumenti e utensili che sono già giunti a un grado massimo di usabilità da non avere oggi, dai loro predecessori, che diversità prettamente estetiche, quindi esteriori. E ancor peggio, capita alle volte che, per via di queste peculiarità esteriori, vada a sacrificarsi paradossalmente l’usabilità di questi oggetti, i quali diventano meno efficienti di com’erano.
Ecco, il teatro si sta comportando allo stesso modo. In una società che si annoia in fretta anche il teatro risente della piaga della mercificazione; tenta di reinventarsi esteticamente, di coprirsi di una patina glitterata: prende Shakespeare, uno dei più antichi “utensili” teatrali e prova a ‘svecchiarlo’, ci mette sopra mille costumi colorati e luci stroboscopiche, una base musicale pop, delle parrucche fluorescenti e ambienta tutto in Brasile. Perché, non c’è qualche intrigo di corte anche là? Non ci sono anche là Riccardi terzi, Amleti e Otelli? Poi la recitazione, più rapida, più fluida, più buttata via, più cinematografica, più urlata… La parola d’ordine è ‘coprirsi’, mettere della bella carta da parati a righe arcobaleno e tentare di affittare la stanza ai primi turisti che arrivano, nella ridicolaggine di una vecchia puttana fragile in cerca di occasioni.
Dal canto mio credo che non ci sia niente di più vecchio della novità. Credo che per svecchiare un muro non serva coprirlo, ma scoprirlo: andare di martello e scalpello e rimuovere l’intonaco fino a trovare la pietra nuda, i mattoni a vista. Se il teatro in questa società sembra stia invecchiando non è perché è il teatro a invecchiare, ma è la società che tenta di ringiovanire, di ripugnare la vecchiaia e la morte usando ogni mezzo per contrastare l’inevitabile. Se il teatro invecchia, dicevo, allora lasciamolo invecchiare, senza tentare di coprirne le rughe ma esaltandole, togliendo il trucco invece di metterlo, togliendo la maschera.

È essenziale comprendere che il problema non è del teatro, il teatro sta benissimo. È la società che è malata. Il teatro è il medico preposto a curarla, ma si sa che i dottori che tentavano di scongiurare la peste, se non stavano bene attenti, finivano per ammalarsi di peste anche loro.

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