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Teatro, tra realismo e magia

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“I dont want realism. I want magic.”

Parlava così il famoso drammaturgo americano Tennessee Williams, attraverso le parole di Blanche, il personaggio di Un tram chiamato Desiderio, una delle sue opere teatrali più famose.
Pare incredibile che due frasi del genere, che spiegano con tanta lucidità il problema fondamentale del teatro contemporaneo, siano state scritte proprio dal padre del teatro realista americano.

Sono frasi che aprono un dibattito che è in voga da sempre: perché il teatro si ostina a imitare il cinema?

Certamente non è solo la confusione alimentata dalla mala comprensione degli insegnamenti di Stanislavskij, fraintendimento su cui Lee Strasberg ha infierito per molti anni dopo la morte del Maestro, a darne una spiegazione plausibile. C’è da aggiungere anche il teatro borghese con la sua macchina del teatro come prodotto, a uso interno da e per la borghesia. Senza scendere ancora di livello, arrivando a “che cos’è il teatro?”, possiamo semplicemente far notare qualcosa di molto semplice: il teatro non riuscirà mai a sconfiggere il cinema usando le armi del cinema, poiché non ne dispone.

Un esempio su tutti: la tendenza degli ultimi anni a usare le videoproiezioni in scena, di fatto arrivando a proiettare scenografie e personaggi registrati in precedenza coi quali interagire. E’ qualcosa di profondamente assurdo, e ricorda quell’accessorio uscito durante il passaggio dalla televisione in bianco e nero a quella a colori. Si trattava di uno schermo in plexiglass da attaccare al monitor in bianco e nero del televisore, diviso in tre strisce di colore: in basso era verde, e in alto azzurro, per simulare il cielo e il prato, mentre in centro era di un color rossiccio. Dicono testimonianze dell’epoca che l’unico effetto era quello di male agli occhi e nausea. Un po’ come l’effetto di guardare oggi spettacoli teatrali in cui sono presenti simili escamotage posticci.

E’ importante comprendere che la battaglia tra cinema e teatro, deve essere combattuta con armi diverse. Il teatro deve fare quello che il cinema non può fare, ossia lavorare sull’immaginazione. L’immaginazione ha una bella particolarità: meno le dai, e più è contenta.

Ormai il cinema può ricreare e far vedere nei minimi particolari interi mondi alternativi, pianeti e galassie abitate da esseri totalmente diversi da noi, può ricreare il loro sistema sociale, la flora e la fauna di quella civiltà immaginaria… fissando però, una volta e per sempre nell’immagine creata, un limite all’immaginazione dello spettatore.

Il cinema è immagine, il teatro è immaginazione. Senza perdermi in righe etimologiche che richiederebbero molto spazio e spiegazioni, dirò semplicemente che l’immagine fissa l’immaginazione, la limita, la circoscrive, la blocca.

L”immagine quindi è il prodotto dell’immaginazione di chi l’ha creata: più è chiara, definita, precisa, più l’immaginazione di chi la guarda è limitata. All’opposto, più invece essa è vaga, più l’immaginazione dell’osservatore è libera di inserirsi nei vuoti.

Per tornare a noi, l’immagine è quindi realismo, l’immaginazione è magia.

Il cinema è un’arte passiva per lo spettatore, poiché l’immaginazione non trova spazio per addentrarsi, perché delimitata molto finemente, e in modo uguale per tutti.

Il teatro invece è un’arte attiva, dove l’immagine è solo abbozzata, ma proprio per questo molto ambigua, lasciando via libera all’immaginazione che può divertirsi a riempire tutte le mancanze, e dato che l’immaginazione di ognuno lavora in modo diverso, lo spettacolo che mi immagino io, non sarà lo spettacolo che si immagina lo spettatore di fianco a me, e ciascuno dei presenti potrà vedere uno spettacolo diverso, come diverse sono le esperienze di vita che lo hanno portato fino a lì quella sera. Ecco perché il teatro che fa uso di scenografie da teatro di posa non può considerarsi un teatro.

Quando il teatro imita il cinema, lo fa tentando di dare immagini molto riconoscibili e banali di situazioni quotidiane, utilizzando una recitazione cosiddetta “naturalistica”. Parliamoci chiaro, già il fatto che io debba usare almeno il triplo della mia normale emissione vocale per parlare a un mio compagno di scena che sta a trenta centimetri dalla mia faccia, per farmi sentire anche nei posti in fondo, basta a zittire qualsiasi pretesa di naturalismo.

E quindi se il teatro già per la sua conformazione strutturale non può essere naturalistico, allora rompiamo una volta per tutte queste pretese insensate e smettiamola di fingere di star girando una pellicola grottesca. Iniziamo a studiare cos’era il teatro prima della creazione delle strutture borghesi che ancora oggi campeggiano intatte, erette come funghi velenosi, nelle città di tutta Europa. Studiamo la commedia dell’arte, ripartiamo da dove è ripartito anche Mejerchol’d. Forse capiremo cosa può essere ancora il teatro oggi, e domani.

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