Ricerca teatrale · Rivista di teatro

Vachtangov – Come si saluta il pubblico e la “regola del cento”

Nella sala si trova il pubblico. Vi ringrazia, saluta. E voi, voi vi affrettate a tornare a casa. Non volete congedarvi da lui – si irritò Vachtàngov – non lo sapete dunque? Finché l’ultimo spettatore non si è rimesso il cappotto e non è uscito in via Arbat è vostro ospite! Lo capite? E’ vostro ospite! E si trova per di più nella migliore stanza della vostra casa, nella sala del teatro! E voi, voi cominciate a spogliarvi davanti a lui. E’ sconveniente!

– Evgenij Bogrationovic, non sapevamo… – cercò di rispondere Zavadskij.
– Non è affatto vero, lo sapevate molto bene! Voi capite perfettamente di che cosa parlo! L’ho notato da parecchio, in ciascuno dei vostri spettacoli. E sia nel Miracolo di Sant’Antonio che nel Matrimonio, voi accogliete gli elogi del pubblico, e cioè gli applausi, come dilettanti che si divertano a far teatro. Voi fingete, lo dico a ragion veduta, fingete una detestabile falsa modestia – sottolineò Vachtàngov – tenete le spalle basse, come se foste stanchi di aver recitato, con sorrisi di scusa sul viso: “Siamo così umili, così insignificanti, dicono i vostri sorrisi. Perché ci applaudite? Non l’abbiamo meritato…Non siamo degli artisti, siamo entrati nel teatro semplicemente così, per recitare un poco, e per quale motivo voi ci applaudiate, non lo sappiamo. Scusateci…”. Che ipocrisia, che incomprensione della responsabilità dell’artista di fronte al pubblico. Ma in realtà voi siete degli ambiziosi, sicuri di voi ed egoisti, infinitamente egoisti!

Una volta per tutte, che questo non si ripeta mai più tra le mura del nostro teatro! Bisogna essere capaci di venire a salutare il pubblico come in una parata militare, severi e solenni, in modo elegante e variato. Non bisogna fare sorrisi e riverenze all’intero teatro come fanno le ballerine, per loro è una tradizione ereditata, probabilmente, dal tempo di Luigi XIV, e sono rimaste là, a quella forma superata, per così dire feudale, dei rapporti scambievoli tra il pubblico aristocratico e gli artisti. Voi dovete avere il vostro modo di congedarvi dal pubblico, con dignità, rispettando tanto voi stessi che gli spettatori. Forse che Salvini, dopo aver recitato Otello, si permetteva di mostrare la sua “fatica”? Veniva a salutare, fresco e riposato, come se fosse pronto a recitare la sua parte ancora dieci volte, con la stessa passione e lo stesso temperamento, per il pubblico che lo amava. E come lo si acclamava: “Bis! Bis! Bravo!”. A voi nessuno griderà mai “bis”! Come far recitare ancora una volta (!!!) questi parenti poveri del teatro, questi disgraziati esauriti! A stento riusciranno a tornare a casa loro, poveri piccoli. Che vergogna!

Ora ripeteremo solo i saluti. Cento volte! Cento volte le maschere apriranno e chiuderanno il sipario. E mentre il sipario sarà chiuso voi, dietro di esso, dovrete cambiare posto. Istantaneamente! Talvolta saranno gli Zanni ad essere davanti, talvolta le Schiave, talvolta Adelma, talaltra… inventerete voi stessi! E sempre freschi e riposati, pronti a ripetere tutto lo spettacolo ancora cinque volte… se il pubblico lo desidera!¹

Credo che la parte sovrastante non abbia bisogno di spiegazioni ulteriori. Ciò su cui mi voglio soffermare è una piccola frase che Vachtangov pronuncia: “Cento volte!”.

A Zahr Teatër vige una regola imprescindibile per l’attore che ha bisogno di provare una determinata scena corale difficile, o un’azione per egli complicata, che necessita un’estrema precisione: la regola del cento.

La semplicità di questa regola è inversamente proporzionale alla fatica necessaria per rispettarla: bisogna eseguire una determinata scena difficile per cento volte. A seconda della durata, della coralità della scena e della disponibilità di tempi di prova, le cento volte possono essere di tre tipi: cento volte al giorno, cento volte alla settimana e cento volte al mese.

Nella mia carriera da regista e pedagogo mi sono capitati attori e allievi che non sapessero eseguire delle semplici azioni sceniche come il fumare, accendere un fiammifero, o lanciare una moneta in aria facendola ruotare su se stessa per fare testa o croce. Queste azioni paiono irrisorie a parlarne, ma in scena mettono a nudo l’incapacità tecnica dell’attore, sviando il pubblico dallo spettacolo. Ecco perché azioni di questo tipo devono essere provate almeno cento volte al giorno, fino a padroneggiarne l’esecuzione tecnica, potendo così lasciar spazio all’interpretazione vera e propria.

Un attore, non dovrebbe però mai trovarsi nella situazione di non saper fare un’azione come quelle di cui sopra. L’attore deve, nella sua vita personale, approcciarsi a quanti più mestieri possibili, non tralasciando nulla di intentato poiché tutta l’esperienza che egli acquisirà come essere umano, la potrà ovviamente traslare nella scena, durante il suo mestiere artistico, poiché il suo fisico avrà incorporato quelle abilità, le quali saranno pronte per essere utilizzate scenicamente per aiutare il lavoro creativo.

Ecco perché scenicamente un’attrice che pulisce il pavimento non sarà mai così vera come una vera donna delle pulizie, poiché, per quest’ultima, il ripetere l’azione di pulire, ogni giorno per anni, l’avrà resa perfetta dal punto di vista tecnico. Un’attrice invece, a meno di aver compreso l’importanza estrema di saper svolgere tutti i tipi di lavori manuali, avendo avuto, fin dalla tenera età, la buona abitudine di pulire la propria casa, si vedrà che manca delle stesse abilità. Potrà sembrare una pedanteria, ma una vera massaia che va a teatro, sa riconoscere benissimo una finta massaia.

Yoshi Oida dice: “prima di cominciare qualsiasi attività, è importante pulire lo spazio dove si lavorerà. Sbarazzare, sgombrare e sistemare con ordine sedie e accessori indispensabili ai lati della sala. Quindi, bisogna lavare per terra. Se gli attori, all’inizio della giornata di prove, si danno il tempo e la pena di eseguire queste semplici azioni, il lavoro si svolgerà bene. In Giappone, nella tradizione teatrale, negli esercizi religiosi e nelle arti marziali, si ritrova questa pratica.”²

Per ogni attore che si accinge a lavorare in un luogo, tutto questo è essenziale dal punto di vista della concentrazione, ma eseguendo questa pratica ogni giorno, si acquisiranno anche le capacità effettive di pulire realmente uno spazio, con buona pace delle massaie e di tutti coloro che per vivere lavorano con uno straccio in mano, cento e cento volte al giorno.

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¹ Il segreto della Commedia dell’Arte (pagg. 77-79) – La memoria delle compagnie italiane del XVI, XVII, XVIII secolo, – Ferdinando Taviani, Mirella Schino – la casa Usher

² Yoshi Oida, Lorna Marshall, L’attore invisibile, Bulzoni Editore, 2000

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