Zahr Teatër L'importanza di educare se stessi

Oggi si inaugura questa nuova rubrica nata dalle trascrizioni di vari discorsi spontanei tenuti durante il terzo anno della Scuola Sperimentale di Teatro. Si affrontano di volta in volta problemi generali dell’essere umano-attore così come situazioni interne alla scuola che fanno emergere problematiche universali. La parola parlata rispetto a quella scritta ha il merito di essere più incisiva e diretta, senza fronzoli o troppi ripensamenti.

Discorso del 7 marzo 2019.

 

È importante per l’attore imparare ad andare sui trampoli e fare arte di strada. Se ci si butta all’indietro sui trampoli il corpo si gira da solo, come quando cadi all’indietro, succede qualcosa… il corpo si gira, perché l’istinto ti porta a proteggerti. Tutta questa situazione di pericolo fa sì che il corpo comprenda delle cose, le interiorizzi e non le dimentichi mai più. È come la bicicletta: quando si impara ad andarci poi la capacità di andare in bicicletta non la perdi più, se non vai da 10 anni in bicicletta devi prenderci un po’ la mano, ma non devi imparare da zero, il corpo si ricorda tutto quello che deve fare per stare in equilibrio, perché ha memorizzato, ha interiorizzato una capacità tecnica che non può più perdere.
L’attore deve fare esattamente questo, deve trovare delle difficoltà, delle cose difficili da fare, come andare sui trampoli, sfidare l’equilibrio, in modo che il corpo interiorizzi questo e che questo diventi parte di lui. Come quando si impara una lingua. Se non la pratico la dimentico, ma quando inizio a praticarla di nuovo mi ritorna tutto. Il corpo riesce a fare molto meglio di così, molto meglio. Quindi bisogna imparare, ad esempio ad andare sulla slackline.(1) All’inizio ti sembra impossibile, poi il corpo all’improvviso capisce cosa ti fa restare in equilibrio. È come andare in bicicletta, non sai cosa hai capito ma sai che da adesso in poi sai andarci. Quelle conoscenze interiorizzate, il corpo le porta con sé, anche in scena. Quando farai Cechov sarai più interessante. Chi ti guarda non saprà perché.
Sicuramente gli artisti di strada se devono recitare in teatro sono più presenti. Bisogna avere infarinatura di acrobatica, giocoleria, trampoli… Se si riesce a camminare sulla fune, poi per fare una semplice camminata si sarà più presenti, perché il corpo ha registrato quella capacità, non appare e scompare: è inscritta nel corpo e la camminata sarà più precisa. Quindi l’attore, anche classico, deve poter lavorare con il corpo, in modo da incorporare una serie di capacità tecniche che non potranno scomparire anche quando dovrà fare Cechov, Shakespeare o qualsiasi cosa, saranno sempre presenti. Questo non significa che per fare Shakespeare bisogna andare sulla fune, ma se si va sulla fine e si fa Shakespeare si sarà più presenti, tecnicamente. Bisogna avere un’infarinatura di tutte queste pratiche che sviluppano il corpo. Dobbiamo avere un fisico che può supportare tutta questa mole di lavoro.
L’esercizio delle statue che abbiamo fatto ieri è molto importante, perché la capacità dell’essere umano, dell’attore, di stare fermo, immobile, è una capacità molto importante perché noi nella nostra vita non stiamo mai fermi immobili: dobbiamo sempre trasferire lo stress nel corpo sotto forma di qualche postura, o in qualche espressione facciale, in qualche tic. Ci vuole tanto sforzo per controllarsi. Ci vuole tanto sforzo per riuscire a stare fermi senza stare in tensione. Bisogna che l’attore sia conscio di ogni movimento che fa, questo è molto importante: supponete di dover fare una scena con due persone ferme e una che entra e si muove; se quelle due ferme si muovono anche di poco attraggono l’attenzione, che dev’essere tutta su chi entra. Qualsiasi piccolo movimento fatto da una persona ferma attrae moltissimo l’attenzione, viene notato molto di più il movimento anche minuscolo di una persona ferma che quello grande di una persona che si muove. Quindi è molto importante per l’attore, in quanto utilizzatore del proprio strumento artistico, che coincide anche, come dicevamo ieri, col proprio corpo, riuscire a controllare i movimenti automatici, le espressioni automatiche del corpo. Se il corpo in automatico ci dice di grattarci e voi vi grattare incuranti del fatto che vi state grattando davanti a 150 persone mentre state facendo un monologo di Shakespeare… al corpo non frega niente che tu stai dicendo un monologo di Shakespeare, lui ti dice “Ho prurito, grattami”, il corpo lo fa perché è una cosa automatica che succede, come il respiro. Non è che la mente dice al corpo “respira”, il respiro è automatico, non ci devo pensare, il cuore è automatico. Il battito delle ciglia è automatico, il grattare pure… il corpo fa delle cose che dovrebbero essere consce, decise; rendere automatiche queste cose non è un bene, non è proprio un bene. Riuscire a controllarle sì. C’è gente che controlla anche i battiti del cuore, c’è gente che controlla il battito delle ciglia. Ad esempio nel cinema, se c’è un monologo di 5 minuti in primo piano con la faccia di un attore che non deve battere le ciglia, cosa fai se non riesci a resistere? E quindi con la tua mente tu dici al tuo corpo di non fare una cosa che automaticamente farebbe. La mente deve dire “Decido io quando tu ti gratti”, e “Decido io quando tu ti devi muovere”. Quindi, è molto importante che decidiamo noi sul nostro corpo-strumento. Come se la chitarra dicesse al musicista: devi suonare un accordo di Do! Una chitarra non decide cosa deve suonare il musicista, e allora perché il mio corpo deve decidere cosa devo suonare io?
Il corpo richiede un’attenzione maggiore perché è molto automatico. Infatti il corpo riesce a vivere anche se noi non siamo presenti, il corpo riesce a vivere anche quando noi dormiamo. Che ne sappiamo di cosa succede quando noi dormiamo? Il corpo, invece, lo sa. Quando fa freddo si sveglia, quando sente caldo spinge via le coperte senza che noi ce ne accorgiamo, spegne anche le sveglie senza che noi ce ne accorgiamo, capite? Il corpo può fare benissimo senza di noi, la gente in coma la attacchi a una macchina e il corpo continua a vivere, basta dare ossigeno, zuccheri e nutrienti e lui va avanti da solo, non ha bisogno della mente. Però se la mente è attaccata al corpo allora il corpo ha un padrone, ma se il corpo non ha un padrone non muore: è randagio, come un cane, va in giro, morde le persone, bazzica nei rifiuti. Quando invece ha un padrone, va dietro al padrone. Il padrone dice “vieni qua” e lui va, quando non ha un padrone chiunque gli dica “vieni qua” lui va, oppure si nasconde. Quindi un cane può fare benissimo senza padrone, diventerà un cane randagio. Invece un cane con padrone è diverso: gli insegni: ” rotola, seduto…” Ecco, questo deve essere il nostro corpo, come un cane con il padrone. Il nostro corpo senza la nostra mente sopravvive lo stesso ma fa cose automatiche. Ma qui non si tratta solo di sopravvivere, quindi il fatto è di avere un padrone. Il corpo ha bisogno di un padrone. Se il padrone non c’è il corpo fa benissimo da solo ma è come se fosse un servo che si sdraia sulla poltrona del padrone, mette i piedi sul tavolo, mangia dal frigo… ma se c’è il padrone lui è educato perché ha paura del padrone. Se il mio corpo non mi obbedisce lo punisco. Se non mi sveglio vado e metto la testa sotto l’acqua. Sono io il padrone, non il mio corpo. Lui non vuole alzarsi? Decido se punirlo. Quindi è molto importante che il corpo abbia un padrone, cioè che il vostro strumento abbia chi lo suona, nessun’altro può suonare il vostro strumento. Voi siete lo strumento di voi stessi. Certo, in un certo senso siete lo strumento del regista, ma non è esattamente così, il regista può dirmi “fai questo” ma se tu non padroneggi il tuo corpo non riuscirai a fare quello che il regista ti chiede.
Deve essere un padrone molto vigile, ogni giorno, ogni secondo, bisogna stare attenti a tutto ciò che si muove, tutte le parti del corpo, tutte le giunture, ogni minimo dettaglio; è molto importante avere un padrone per il nostro corpo perché se no non si può fare niente. Però questo padrone deve avere anche un servo preparato, perché io posso dire al mio servo “Cucinami l’anatra all’arancia” ma se lui mi ha fatto sempre solo la pasta in bianco, come fa? Quindi devo avere un padrone vigile da una parte e un buon servitore dall’altra per collaborare bene. Altrimenti non si può fare: il padrone può anche dire ” preparami questo e quest’altro, sta in equilibrio ecc…” ma il servitore gli risponderà “Va bene, ma mi devi allenare”. Per questo dovete avere forza di volontà. Dovete spiegare al servo come si fanno le cose oppure lo dovete portarre da chi le sa fare e farlo ubbidire. Noi siamo il nostro strumento artistico però non abbiamo abbastanza potere di volontà sul nostro strumento artistico. Siamo padroni di un servo che non ci obbedisce perché noi stessi non siamo convinti di questo.
Quindi questo è il primo problema: che noi non abbiamo troppa autorità e non abbiamo volontà. Quindi dobbiamo agire su due strade completamente opposte: avere un padrone più deciso, cioè esercitare la nostra volontà, ovverosia ciò che vogliamo, e poi iniziare a insegnare al nostro strumento, che è il nostro corpo, a obbedire a questa volontà. Perché io posso avere la volontà ma se non ho il corpo che la segue, allora la mia volontà si indebolisce man mano, perde sicurezza. Il padrone dice “adesso devi fare quaranta flessioni, subito!” ma il corpo dopo cinque dice basta. La mia volontà allora si accontenta, capite come funziona? Se noi non lavoriamo contemporaneamente su queste due strade, anche un corpo agile non seguirà la volontà della mente. Invece quando unisco queste due cose allora vedo un’armonia: servo e padrone collaborano, e mentre collaborano scoprono che sono una squadra affiatata e possono fare un sacco di belle e grandi cose insieme, e a volte anche il servo può consigliare il padrone perché un servo ben istruito può dare dei consigli migliori al padrone, può dire “guarda, ho imparato un nuovo modo di fare il letto”, e il padrone dice ” ah, fa vedere”, il servo glielo mostra e lo convince, magari con quel modo di fare il letto si risparmiano 5 minuti. Ma il padrone deve avere sempre l’ultima parola. Perché il corpo piano piano quando prende confidenza si adagia quindi dovete punirlo se non vi obbedisce, non in senso distruttivo ma costruttivo, cioè secondo la vostra volontà, verso il bene e la costruzione di se stessi. Banalmente: lo costringo a stare fermo seduto immobile, lo costringo a fare ottanta squat e lui mi deve obbedire perché se non mi obbedisce sta là fino a che non ha finito. È molto importante capire questo, è molto importante capire che il corpo è nostro e possiamo farci molte cose se siamo decisi con la volontà, perché si sa quello che il corpo può fare se guidato bene dalla mente. Cosicché se un regista ti chiede: “puoi fare questo?”, tu gli puoi dire “sì, posso”, lui la vede e magari ti dice “no, non mi piace, puoi fare un’altra cosa?” e tu puoi dire: “te la faccio subito”, e si va avanti più spediti.
Questo è il lavoro duplice che un attore deve fare. Un attore, ma così come una qualsiasi persona il cui strumento artistico coincide col proprio corpo: la stessa cosa vale per un acrobata, un ginnasta, un ballerino… stessa cosa.
C’è questo proverbio senegalese che dice: “le chiappe non diranno mai al padrone alzati!” Ecco… bisogna capire chi è il padrone, se voi o le vostre chiappe.

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