Zahr Teatër Primavera duemilaventi, lettera aperta quando tutto è chiuso

Cari ragazzi e ragazze,
vicine e lontani, presenti e passate,
come state attraversando quest’emergenza?

A quanto pare i vari paesi del mondo, man mano che il tempo passa, stanno venendo costretti a fare i conti con il loro passato, e con il loro presente: molti di loro si stanno scoprendo vulnerabili e impreparati; Fanno i conti con il proprio passato perché stanno osservando sulla loro pelle, o meglio, su quella dei propri cittadini, i risultati di politiche ignoranti, dannose per l’ambiente e la salute, fatte senza nessuna reale conoscenza del mondo che abitiamo e del posto che abbiamo in esso; con il proprio presente perché la situazione attuale, nella quale ci troviamo senza volerlo, è in ogni caso un parto di queste politiche malate, e di questa figlia illegittima non si può ignorare l’esistenza.

Vi scrivo per molte ragioni, prima di tutto per sentire davvero come state, come vi sentite in questa “reclusione coatta”, perché credo sia molto importante analizzarla e analizzarsi, perché come disse Sartre: “se sei triste quando sei solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”. Quasi sicuramente nessuno di voi è realmente solo, ma contando che tecnicamente il livello di isolamento raggiunto in questi giorni è il massimo che in questa società possiamo avere, vi chiedo di prestare molta attenzione a tutto quello che fate durante la vostra giornata. Come passate il tempo? Vi annoiate? Sentite il bisogno di vedere film, leggere libri, stare a letto mangiando dolci, o quello di uscire per una passeggiata? Non evitate il vuoto, non abbiatene paura, il vuoto vi costringe a stare con voi stessi, a conoscervi davvero. Dedicatevi al “non fare nulla”, per un po’, e osservatevi, è un ottimo modo per poter fare chiarezza e fare i conti con voi stessi.

Come si abitua il vostro corpo alla nuova situazione? Vi chiedo di non lasciarlo andare, ma di tenerlo ancor più saldo, facendo stretching tutti i giorni per mezz’ora, più almeno una passeggiata di un’ora al giorno, se potete, più tutto quello che ben sapete e che spero vi sia rimasta come routine. Mantenete una dieta sana allontanandovi dai cibi dolci e processati, da troppi latticini e troppa carne, mangiando molta frutta e verdura, cereali integrali e stando sempre ben idratati.

Non possiamo controllare quello che la vita ci lancia addosso, l’unica cosa che possiamo controllare è la nostra reazione a quello che accade: questo evento, diventato di portata mondiale, è un’opportunità di crescita, un balzo per l’umanità, o quantomeno per chiunque avrà il coraggio di saltare. La terra stessa ci sta chiedendo di cambiare, ma prima di cambiare bisogna osservare ciò che siamo, osservarci, per andare oltre e lasciare le vecchie abitudini entrando in un’era in cui le abitudini non esistono e tutto ciò che viene fatto, viene fatto in piena coscienza.

La nuova situazione spesso ci fa dimenticare quello che facevamo solo una settimana prima… perché questi giorni tutti uguali iniziano a sommarsi, e poi moltiplicarsi e poi diventare esponenziali: si vive alla giornata, non sapendo ciò che accadrà. Bisogna ribellarsi contro questo pensiero, alimentando il fuoco delle passioni proprio nel momento in cui il vento è più forte, per vederlo esplodere in una fiammata eterna.

Mi riferisco a tutti voi che avete a cuore il teatro, l’arte, e la passione che fino al giorno prima vi faceva alzare presto la mattina, al freddo e sotto la pioggia per imparare, superando voi stessi giorno dopo giorno, tenendo a bada l’ego che tenta sempre di incastrarci nei suoi subdoli meccanismi.

Come ben sapete, il quinto mese di lezione della Scuola Sperimentale di Teatro è stato lasciato a metà: parlava dell’uso della maschera, uno strumento antichissimo a fianco dell’arte teatrale fin dai tempi più remoti, che può aiutarci anche oggi a dire quello che l’attore da solo non può dire. Abbiamo visto e sperimentato come si costruisce concretamente una maschera e abbiamo iniziato a comprendere quali sono i princìpi che regolano il suo utilizzo scenico e le differenze che questo comporta nella fisicità e vocalità dell’attore, il tutto in velocità, come sempre nel nostro lavoro, e iniziato a pensare allo spettacolo mensile che ne sarebbe scaturito.

Come sempre anche il caso ha voluto che il momento fosse adatto per fare uno spettacolo del genere, e forti delle prime avvisaglie di psicosi abbiamo indossato anche noi le nostre maschere, e fatto due performance de “Le incursioni urbane dei Cartappestati”, in metropolitana e al parco, luoghi simbolo di questa e di molte città, documentando il tutto per averne il ricordo tangibile.

Questo ci ha dato l’idea per la storia dello spettacolo, che parlerà di una fantomatica città fatta di cartone, un materiale all’apparenza robusto e solido… ma che si rivela essere semplicemente un involucro vuoto.

Se “il teatro non deve parlare del presente ma del futuro”, come dice Mario Biagini, noi ci siamo andati molto vicino. Tutto quello che è successo dopo, lo sappiamo tutti e lo stiamo vivendo giorno dopo giorno.

Mi sto dilungando, poiché questa, da una lettera privata a solo alcuni di voi, sta iniziando a diventare una lettera aperta a tutti voi, a chiunque abbia transitato a Zahr Teatër in questi quattro anni di lavoro, sia come attore che come spettatore vedendo gli spettacoli e la dedizione del mestiere.

A tutti voi, quindi dico: due settimane di questa “pausa” sono quasi trascorse, passeranno altre due settimane che ci separano da quella che pare essere la data assegnata per tornare alla “normalità”, e se tutto si protrae ancora, anche quella nuova data passerà, e una volta che ogni cosa ricomincerà nuovamente, non sappiamo che cosa ci aspetterà se ci facciamo cogliere impreparati. Non sono preoccupato per le sorti dello spettacolo dal vivo, o dell’arte, perché il teatro e l’arte hanno superato prove ben peggiori davanti alla storia. Ciò che mi preme è la vostra reazione a tutto questo, perché sia un’occasione di crescita e presa di coscienza per tutti.

Solo se in queste settimane avremo innaffiato a dovere la pianta della nostra passione (e della nostra compassione), per farla crescere con forti radici perché possa tendere verso il cielo, allora ripartiremo più forti di prima, sia nella vita che nel teatro (a volte le due cose coincidono), e queste settimane ci saranno sembrate solamente un lungo risveglio di primavera.

In ogni caso, qualsiasi sia il giorno in cui ricominceremo, a partire da lì avremo altre due settimane per poter fare di tutto questo uno spettacolo, che arricchisca noi che lo facciamo e chiunque lo vedrà. Vi aspetterò quindi alle otto in punto in sala, pronti a lavorare.

Concludo questa lettera aperta con le parole di Peter Brook, dal suo libro “Il punto in movimento”:

“Non ho mai creduto in un’unica verità, ne in quella mia ne in quella degli altri; sono convinto che tutte le scuole, tutte le teorie possono essere utili in un dato luogo e in una data epoca; ma ho scoperto che è possibile vivere soltanto se si ha un’ardente e assoluta identificazione con un punto di vista. Mano a mano che il tempo passa, che noi cambiamo, che il mondo cambia, tuttavia, gli obiettivi si modificano e il punto di vista muta. Rivedendo i saggi scritti nell’arco di molti anni e le idee esposte in tante occasioni e nelle più disparate, qui riuniti, mi colpisce ciò che in essi rimane costante. Se vogliamo, infatti, che un punto di vista sia di qualche aiuto, bisogna dedicarvisi con tutte le nostre forze, difenderlo fino alla morte.”

Un abbraccio,
Mateo Çili

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