Zahr Teatër L’Oriente, il silenzio e la tecnica dell'attore.

Discorso del’11 marzo 2019

È molto importante andare a vedere dimostrazioni e spettacoli, come fossero lezioni di messa in pratica della teoria. È assurdo per un attore non conoscere le discipline orientali. Tutti i grandi maestri, i registi, i pedagoghi teatrali, da Stanislavskij in poi hanno rivolto lo sguardo a Oriente, perché hanno capito che là si celava qualcosa di veramente valido, che lì c’era un insegnamento che poteva servire molto agli attori occidentali, poiché loro una pratica così codificata non ce l’avevano, andavano a ispirazione: se quella sera stavano bene facevano un buono spettacolo, se invece non avevano voglia ne facevano uno brutto. Tommaso Salvini, che era l’Attore per eccellenza, il grande attore italiano dell’800, una sera era sfavillante ma la sera dopo no. Perché? Perché non aveva voglia! Non aveva voglia, era stanco. Però il pubblico aveva pagato lo stesso, come quello del giorno prima.
Perché il pubblico deve vedere una sera uno spettacolo bello e un’altra sera uno spettacolo brutto? Deve incrociare le dita sperando che l’attore sia di buon umore? No! E allora come si fa? Nell’Oriente c’era la risposta: la tecnica, nella codificazione, nella tecnica dell’attore c’era la risposta. Perché fino ad allora, tolta la commedia dell’arte, l’attore si reggeva solo sulla propria ispirazione, sul proprio estro, sulla propria condizione personale del momento e sul proprio talento. Ma se non aveva voglia, lo spettacolo era brutto. Poteva essere sul palco chiunque, da Molière a Tommaso Salvini, chiunque, se non c’è la volontà, lo spettacolo è brutto lo stesso. Quindi è essenziale capire perché l’oriente è importante per l’attore di oggi. Perché è tutto corpo, è tutta tecnica codificata. Nella danza indiana ad esempio c’è un rapporto col corpo, con le singole giunture, con il ritmo… che è fantastico: qualcosa che gli attori di oggi, soprattutto quelli appena usciti dalle accademie, si sognano. Lì è tutta tecnica, ma non tecnica per la tecnica, ma tecnica che ti porta da qualche parte, ti dà degli stimoli che fanno vedere qualcosa che si trova oltre.
Invece oggi come oggi, nel teatro contemporaneo italiano, vediamo delle cose obbrobriose. Vediamo gente che non sa dove mettere le mani, vediamo gente che si gira così, come se fosse un tronco unico, altra gente ancora che non riesce a camminare! Capite a che livello siamo messi? Quando invece di là, fin da bambino impari una tecnica, la incorpori, diventa parte di te, la puoi usare per qualsiasi altra cosa. Se un artista indiano si mettesse a fare uno spettacolo di Cechov, tutta quella conoscenza del corpo non andrebbe perduta. Perché tutta la sua camminata, tutta la sua gestualità, tutta l’intensità del suo sguardo penetrante, che si è conquistata grazie alla tecnica del barathanatyam, entrerebbe in uno spettacolo classico come Checov o Shakespeare o Beckett, entrerebbe molto naturalmente e lei non dovrebbe sforzarsi. Quindi è essenziale andare a vedere queste cose per aprire delle finestre sulla coscienza, della necessità che abbiamo di tecnica, e di quanto poco ne abbiamo, di quanto l’ego contrasta questo lavoro.
Si deve vedere quanto si deve impegnare un attore per fare una cosa di un’oretta. Che noi chiamiamo spettacolo. Quanta fatica ed energia deve mettere un attore per un lavoro di un’ora. Questa è l’importanza di andare a vedere una cosa del genere, e badate che le cose più importanti spesso sono quelle meno divertenti. Spesso sono quelle fatte in posti dimessi e lontani da raggiungere, quando c’è uno sciopero, per questo è importante vincere la difficoltà, come si trattasse di un nostro spettacolo, di una nostra lezione.

Altra cosa importante per gli allievi di questa scuola è tentare di parlare di meno, anche nella vita di tutti i giorni. Se osservate bene nella vostra vita, almeno il 50% delle cose che dite è superflua.
C’è un proverbio sufi che parla d questo. Dice che prima di parlare, bisogna che il pensiero passi per tre porte. Una delle tre porte, o meglio, domande a cui dare risposta affermativa per potersi permettere di parlare è questa: è utile quello che devo dire? Quindi osservate, prima di dire qualcosa, se quello che dite è utile. Se pensate prima di parlare avrete guadagnato qualcosa. Perché se la si smette di dire cose superflue si lascerà spazio alle cose che veramente è importante dire. Se i drammaturghi non dicessero solo il necessario uno spettacolo durerebbe 12 ore, non due. Ma i drammaturghi scrivono solo quello che è necessario per la storia, per i personaggi, solo quello che serve per capire la loro mentalità, la loro psicologia. Per questo i personaggi sono più importanti, più alti di noi. Loro dicono solo l’essenziale, solo quello che c’è da dire: non una parola in più, non una parola in meno. Parlo di drammaturghi che si meritano questo appellativo. Quindi se noi vogliamo fare teatro, se vogliamo impersonificare dei personaggi, dobbiamo diventare molto più come i personaggi, e non far diventare loro come noi. Quando la smetteremo di dire cose superflue allora capiremo l’urgenza che hanno i personaggi di dire quello che dicono. L’importante è che in questa scuola non si dica niente di superfluo. Perché quando iniziate a dire cose superflue banalizzate il vostro lavoro.
A casa di Gurdjieff c’era un ambiente particolare, la gente quando entrava poteva stare lì per ore, si sedeva in un angolo, beveva il tè, fumava, ma c’era un silenzio enorme, nessuno parlava perché nessuno sentiva l’esigenza di parlare: ossia di riempire il vuoto della propria vita con parole, ma lasciava che il vuoto lo attraversasse perché non lo sentiva più come vuoto, lo sentiva come un momento di meditazione. E ogni qualvolta che arrivava qualcuno di nuovo in quella casa, con le sue vecchie abitudini, ossia di parlare, parlare, parlare la gente capiva senza ombra di dubbio che quello che quella persona stava per dire o che diceva, era una menzogna. Si sentiva la menzogna nell’aria, immediatamente. Quel posto non ti permetteva di essere falso: se volevi dire qualche cosa che non era vero, che non era utile, che non era sincero, risuonava di una falsità enorme.
Io credo che uno spazio teatrale, una scuola di teatro, debba essere la culla della verità e della sincerità, perché qualsiasi cosa che non è vero, che non è sincero, qua dentro, deve risuonare come falso agli occhi di tutti. Soprattutto alle orecchie di chi le dice, quindi se facciamo spazio al silenzio sarà molto più facile individuare le falsità che ognuno di voi dice e la si smetterà di parlare a vanvera, se noi riempiamo questo spazio della banalità quotidiana, allora questo non funziona. Qui non c’è spazio per i vostri comportamenti abituali. Sia fisicamente, perché siamo in tanti, sia moralmente ed eticamente. Qui non c’è spazio per le scenate, qui non c’è spazio per le giustificazioni, per qualsiasi cosa che non sia sincera. Quindi è molto importante è che voi comprendiate questo. Nel lavoro la prima cosa è la sincerità totale quindi è importantissimo che voi facciate silenzio per ascoltare la verità, e che cosa comporta in voi, che cosa risuona in voi, quali corde tocca in voi, perché siamo sempre stati abituati a nascondere la verità, a coprire la verità con delle parole. Una scuola di teatro che non si basa sulla verità, si basa sulla falsità, invece questa io esigo che sia una scuola di verità. E chi non vuole sentire la verità, perché la verità è molto dura da sentire, vada fuori a sentire la menzogna o a sentire quella che lui crede essere la verità. Qui c’è spazio solo per la verità e solo per le cose utili. Non c’è spazio per qualsiasi altra cosa: quando vediamo degli attori in scena che sono veri allora probabilmente la loro vita è intrisa di verità. Perché loro fanno esperienza e fanno allenamento ogni volta che aprono bocca. Perché ogni volta che parlano stanno attraversando quelle porte di cui si parlava, quelle domande da farsi prima di parlare: “è utile quello che sto per dire?” poi “è vero quello che sto per dire?” se è vero e anche utile, “è gentile il modo in cui io dico questa cosa?”. Ecco, se la cosa che sto per dire non passa attraverso queste tre porte, non la dico. Se ci atteniamo a questo capiamo che almeno un buon 50% delle cose che diciamo non ha senso dirle. Quindi pongo l’attenzione su questo, e pongo l’attenzione anche sulla necessità di lavorare di più. Perché se anche voi che non c’eravate aveste visto questo spettacolo di danza indiana, avreste probabilmente capito che per fare una cosa apparentemente semplice come una camminata serve uno sforzo enorme, rispetto a quello normale, perché sono in scena, perché devo essere più di me stesso, perché devo attivare delle energie che nella vita normale non attivo, perché queste energie che normalmente non attivo attirano gli occhi del pubblico su di me come un magnete sul ferro. Ma se io non attivo queste energie, la mente del pubblico vaga, ovunque possa trovare libertà da quella menzogna banale che sta guardando. Non si può mentire al pubblico, non lo si può ingannare, anche quello più rozzo. Vedrà subito se tu stai lavorando con sincerità, se tu ti stai stancando o no. Quindi è molto importante capire la qualità del lavoro, perché noi stiamo semplicemente sfiorando le cose, invece non basta questo, bisogna arrivare a toccare qualcosa nel profondo, non basta semplicemente sfiorarlo. Non si impara niente dallo sfiorare. Ciascuno di voi da oggi in poi è chiamato a una sfida con se stesso, è chiamato a uno sforzo. Non potete col vostro sforzo abituale affrontare una mole di lavoro che è dieci volte in più della vostra abitudine. E’ molto importante adeguarsi allo sforzo che il lavoro richiede. Solo lavorando capirete perché il lavoro vero è molto più grande, ed è molto più gratificante.
Questo adeguarvi allo sforzo butterà fuori la vostra menzogna, estirperà tutte le vostre giustificazioni e tirerà fuori questo bisogno di stare in silenzio, ascoltare e comprendere. Butterà fuori l’ego che continua a difendersi a cercare di avere ragione: è molto importante avere torto, perché se io ho sempre ragione o sono bugiardo o mi sto mentendo.

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